Pesaola: “Vorrei che la Finale di sabato non finisse mai”

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Bruno Pesaola 01Bruno Pesaola, leggendario ex calciatore del Napoli ed ex allenatore degli azzurri e della Fiorentina, ha rilasciato un'intervista pubblicata sull'edizione odierna de "Il Mattino", realizzata da Pino Taormina. La redazione di Napolisoccer.net ha sintetizzato per i propri lettori le dichiarazioni più interessanti de O' Petisso, protagonista sulla panchina del Napoli della storica Coppa Italia vinta disputando la Serie B e di uno dei due scudetti conquistati dalla formazione viola, precisamente quello della stagione 1968/69. L'edizione completa dell'intervista è disponibile in edicola acquistando una copia del quotidiano partenopeo.
 
Pesaola, una previsione su Napoli-Fiorentina
"Penso che alla fine sarà il Napoli a vincere la Coppa Italia ma in realtà vorrei che fosse una partita che non finisse mai".
Ripercorriamo la sua carriera da giocatore al Napoli
"Arrivai nel 1952, dal Novara, e decise mia moglie. Disse <<Là c'è il sole, fa caldo, c'è mio fratello che lavora a Pozzuoli. Basta con la neve, la nebbia>>. Al Napoli dovevo far fare gol prima a Jeppson e poi a Vinicio, da ala sinistra segnavo poco ma un mio gol a San Siro nell'angolino alto della porta dell'interista Matteucci fu la sigla della Domenica Sportiva per anni".
Poi nel '62 diventa allenatore del Napoli
"Cominciai ad allenare la Scafatese in serie D. Il presidente mi anticipò tutto l'anno di stipendio e io accettai: esordio contro l'Avellino e vittoria. A metà campionato arrivò il Napoli, quartultimo in Serie B. Risposi a Lauro che a Scafati non avevo il contratto ma che avevo dato la mia parola. Prese il telefono e chiamo Romanò, il presidente della Scafatese, e si accordarono. Fu una scalata incredibile (verso il ritorno in A, ndr) che culminò con la vittoria a Verona per 1-0 con la rete di Corelli. Eravamo felicissimi. Pure il comandante lo era ma il giorno dopo perse le elezioni comunali. Mai visto così infuriato. E si vendicò non comprando nessuno nonostante nel frattempo avessimo battuto la Spal all'Olimpico nella finale di Coppa Italia. Unica squadra di B a farlo: la città ci accolse entusiasta in piena notte. Lauro non ci regalò niente di niente. Era usanza dare delle medagliette ricordo: il comandante, per risparmiare, ne fece solo una: da un lato la coppa, dall'altro il campionato di B vinto".
Nell'estate del 1968 arriva il momento di lasciare Napoli, dopo 16 anni.
"Ero arrivato secondo e avevo capito che dovevo andare via perché la gente voleva lo scudetto e sapevo che era impossibile ottenerlo. E non mi andava di deludere quell'attesa spasmodica del popolo azzurro. In fondo un po' come ha fatto Mazzarri l'anno scorso. A Firenze non c'era una lira. Per sistemare il bilancio vendono Albertosi, Bertini e Brugnera. Pretesi che Amarildo non si muovesse. Il presidente Baglini mi ascoltò e nacque il capolavoro viola. C'erano Rogora, Mancin, Brizi, Ferrante, Esposito, De Sisti che faceva girare alla perfezione la squadra. Tutti fenomenali. Segnammo solo 38 gol, ma ne incassammo solo 18 in quella stagione. Perché da quando sono in Italia, dal 1947, non ho mai visto una squadra vincere lo scudetto avendo una difesa che prende tanti gol". 
La Coppa Italia del '62 e lo scudetto del '69, tutte al primo anno. Quale il segreto?
"Prendere in pugno lo spogliatoio e farsi rispettare subito. Io da allenatore ho sempre dato del lei a tutti i giocatori, anche quelli con cui avevo giocato. Solo a Sivori consentivo di darmi del tu quando eravamo da soli".
Lei è argentino, come Sivori, Maradona, Higuain. Perché Napoli è così speciale per voi?
"Vada a Baires, nei quartieri colorati e pieni di luce e avrà la risposta. E poi in Argentina si dice che un amico vale più di un fratello. E io all'affetto dei napoletani non sono mai riuscito a rinunciare".
 
Redazione Napolisoccer.net
Fonte: Il Mattino



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