Koulibaly: “È difficile spiegare il razzismo a un bambino. I giocatori devono fare un passo avanti”

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Kalidou Koulibaly è stato intervistato da Nicola Lombardo, responsabile della comunicazione della SSC Napoli, sugli ultimi 20 giorni vissuti nella squalifica dopo l’espulsione contro l’Inter. In quella occasione, il difensore azzurro fu vittima di cori razzisti che avrebbero dovuto quantomento portare alla sospensione temporanea della partita: il protocollo non fu seguito dall’arbitro Mazzoleni.

L’intervista è tutta incentrata sulla tematica del razzismo, sui sentimenti del giocatore in questo periodo, e sul ruolo del calcio nella tematica. Proponiamo qui ai nostri lettori le parole di Koulibaly

Kalidou, sono stati venti giorni straordinari, sono successe cose che sono andate oltre in positivo e in negativo. Riesci a cogliere qualcosa di positivo da questa vicenda?
“Penso che ci siano state molte cose positive. La prima è stata la mia famiglia, che è stata molto vicino a me. Mi ha fatto molto piacere anche se a tutti può sembrare una cosa normale. È una cosa molto importante per me, perché la mia famiglia è la cosa più importante del mondo per me. Se ci sono loro dietro di me, mi fa molto piacere. Poi ci sono stati i messaggi di tante persone, amici e persone che non conoscevo, sui social e sul telefono. Sono veramente passati venti giorno di sostegno molto importante, per me è una cosa molto positiva. Sono successe cose negative ma tutto il sostegno che ho avuto non lo dimenticherò mai. È una cosa che mi ha fatto molto maturare in questi venti giorni, perché prima forse non avrei risposto così”.

Tu sei un calciatore, il tuo obiettivo è vincere, in campo bisognerebbe pensare a quello. Il fatto che tu sia diventato un simbolo delle lotte contro tutte le discriminazioni, è qualcosa che ti fa piacere?
“Si e no. No perché il fatto che oggi sia necessario lottare contro le discriminazioni un po’ mi dispiace. Penso che siamo tutti uguali, è un valore che ho fin da bambino e che oggi trasmetto alla mia famiglia e a tutti quelli che mi conoscono. Essere un simbolo di questa lotta è anche una bella cosa perché significa che i valori li ho dentro e posso farli vedere a tutti. Per me è una lotta molto importante, non da oggi. Anche quando siamo stati a Milano un anno fa mi ha fatto molto piacere. Penso quella sia la strada giusta, dobbiamo parlare di questo valore prima nelle scuole primarie e poi nella vita. Ma a mio figlio io non ho nemmeno bisogno di dirglielo. Lui va a scuola qui in Italia, parla italiano e francese, capisce il senegalese, e non penso ci sia bisogno di spiegarglielo. È difficile quando hai un bambino spiegargli cosa sia il razzismo, fortunatamente lui è ancora piccolo. Quando vado a portarlo a scuola, con gli altri bambini che mi sostengono, mi fa piacere ma anche ridere. Loro non capiscono, ma per loro è normale l’amicizia con i bambini di colore, sono tutti uguali. Quando vedi i bambini a scuola, pensi che nel mondo dovremmo essere tutti così: tutti consapevoli di essere tutti diversi e tutti uguali”.

Infatti, il razzismo purtroppo è qualcosa di brutto che emerge dopo. Ieri il Napoli è stato alla testimonianza della senatrice Segre. Lei ha raccontato della sua deportazione in Polonia e non capiva, aveva solo 13 anni. Se ho capito bene non sei così contento di avere questo ruolo di testimone?
“Si, esattamente. Perché siamo nel 2019 e viviamo in un mondo che ha fatto enormi passi avanti e il fatto che stiamo ancora lottando contro razzismo e discriminazione significa che facciamo tanti passi indietro e quello mi dispiace”.

Quello che hai detto è già molto significativo. Sei senegalese nato in Francia, hai notato differenze tra Francia e Italia nel modo di approcciare questi problemi?
“Penso di si, in Francia ci sono nato e non ho mai avuto problemi del genere. Né sui campi di calcio né nella vita quotidiana. Sono cresciuto con turchi, arabi, senegalesi e francesi. Eravamo tutti misti ma non c’erano mai problemi. Per me la Francia da questo punto di vista è un altro paese, nella squadra francese ci sono tanti giocatori di colore e non è mai stato un problema. La Francia ha tante diversità e si vede anche nella popolazione francese. Penso che la Francia sia avanti da questo punto di vista. In Italia quando sono arrivato non l’ho sentito tanto, forse ero più concentrato sul calcio. Quando ho iniziato a capire più l’italiano, ho iniziato a capire quello che dicevano gli altri. La prima cosa che ho sentito sono stati i cori contro i napoletani, che non ho mai capito, e mi sono sempre dispiaciuto molto. Napoli per me è una città magnifica. E quando vedi che questo succede con giocatori che possono giocare sia per il Napoli che per la Nazionale Italiana, dispiace che questo possa succedere. La gente deve capire che un giocatore che può giocare per il Napoli può giocare per la sua Nazionale, e puoi tifargli contro ma anche per lui. Penso ad Insigne che gioca con la nazionale italiana, credo che tutti lo sostengano. Quella gente, che è poca, ma che fa parlare tanto di sé, dovrebbe pensarci due volte prima di fare quei cori”.

Il calcio può essere il modo per cambiare il modo di pensare rispetto alle discriminazioni di ogni genere. Voi calciatori potete essere anche testimoniali di civiltà?
“Penso di si. Visto che il calcio è uno sport molto popolare nel mondo, può aiutarci moltissimo. Tocca a noi giocatori, non dico io, ma a tutti i giocatori fare quel passo avanti per combattere questa discriminazione. Penso che possiamo farcela, ci sono tante operazioni che abbiamo già fatto e possiamo fare ancora di più per combattere questa discriminazione, il razzismo, ma anche tante altre”.

Penso che con gente come te possiamo farcela, Kalidou.
“Speriamo”.



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