Lacrime di coccodrillo sui pirati del calcio in TV: a chi serviva cambiare il mercato?

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La pirateria nella visione delle partite di calcio vive una nuova stagione di boom: come riferito da Matteo Mammì, ex direttore sport della programmazione e produzione di Sky, in una intervista a Repubblica, sarebbero circa 4 milioni gli italiani che usufruiscono della visione delle partite in modo illecito, con una percentuale in salita di circa il 50% rispetto al passato.

Mammì è particolarmente duro contro il fenomeno: “Se parliamo dell’Italia il mercato è infestato dalla pirateria. Si stima che più di due milioni di case abbiano abbonamenti irregolari. All’estero te lo impediscono. Bisognerebbe fare di più per tutelare i diritti, come fatto in Inghilterra”.

Ricordiamo che questo è il primo anno in cui, in Italia, è necessario sottoscrivere due abbonamenti – uno a Sky e uno a Dazn – per seguire l’intero campionato di Seria A. Una scelta commerciale – quella di “spacchettare” il campionato – presa per inseguire proprio il modello inglese e che da un lato doveva tutelare la concorrenza impedendo il monopolio Sky, dall’altro beneficiare le squadre di introiti maggiori e, infine, stimolare la concorrenza tenendo bassi i prezzi al consumatore finale.

I fatti hanno dimostrato che per il consumatore i prezzi non si sono affatto abbassati, anzi. Sky ha mantenuto gli stessi prezzi del passato pur con un numero di partite inferiore, che ora sono su DAZN per 10 Euro al mese, con un servizio di streaming di qualità al limite dell’accettabile, inferiore ad ogni altra piattaforma legale europea e – si sussurra in giro – ben al di sotto anche di quelle illegali.

Insomma: la scelta era stata pubblicizzata come un bene, nonostante nell’estate scorsa fosse già chiaro a diversi osservatori e giornalisti che la tendenza alla pirateria sarebbe stata incoraggiata, più che scoraggiata, dalla nuova distribuzione su più piattaforme. Un sospetto diventato quasi certezza quando si è capito che per le prossime stagioni i telespettatori avrebbero dovuto sborsare più che in passato. Per un prodotto ancor meno fruibile a causa dell’iper-spezzatino, assolutamente fuori logica rispetto al contesto socio-culturale italiano.

Ma, oggi, gli stessi soggetti che hanno avuto il massimo interesse a creare questo tipo di mercato, spargendo le giornate di campionato lungo il weekend, su due abbonamenti e su più piattaforme, in una nazione tecnologicamente arretrata, nella quale per viaggiare da Trapani a Siracusa in treno ci si impiegano ancora 11 ore e tre cambi, piangono per il nuovo boom della pirateria.

E se i numeri dell’uso illegale sono tristemente alti, come documentato dalle pay-tv, bisogna anche dire che probabilmente nessuno degli “illuminati” alla loro guida si è reso conto che l’aumento dei costi per l’utente, in un Paese in recessione e dove troppo spesso le leggi trovano poca applicazione, avrebbe incoraggiato la visione illegale, che assolutamente condanniamo e non condividiamo. Al contrario, una diminuzione dei prezzi probabilmente avrebbe fatto propendere gli “indecisi” a non correre il rischio di commettere reati, venendo denunciati e condannati. Una scelta del genere avrebbe potuto essere una manovra di maggiore tutela dei consumatori e anche di contrasto a chi lucra nel truffare.

Tutto questo, venuto fuori come azione pensata a lungo e profondamente per “il bene del calcio italiano”, forse non era poi così vantaggioso.
Magari i vantaggi previsti dalle tv non si sono concretizzati così come si sperava?

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