Allegri : “Lascio una squadra che può ripetersi in Italia e fare una grande Champions”

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allegri_12.5.2019

Massimiliano Allegri, tecnico della Juventus, è intervenuto in conferenza stampa insieme al presidente Andrea Agnelli per spiegare le ragioni del suo addio alla Juve. Le loro dichiarazioni sono state raccolte e sintetizzate da Napolisoccer.NET. Il primo a prendere la parola è stato il presidente Agnelli: “Dico subito che non risponderò a nessuna domanda su chi sarà il nuovo allenatore. Come ha detto Allegri, un allenatore ci sarà, ma potete stare tranquilli. io però oggi sono qui per celebrare Max, che ha scritto la storia della Juventus. Prima si parlava degli anni 30, di Edoardo Agnelli. Allegri ci ha riportato a quegli anni, a quei 5 scudetti consecutivi. Alcuni aneddoti. Maggio 2013: eravamo a Londra intenti ad assistere la finale di Champions tra Bayern e Borussia, esce dallo stesso albergo proprio Allegri. Lì dissi a Fabio (Paratici) che sarebbe diventato il nostro futuro allenatore. Ci vollero altri 14 mesi, a quel 16 luglio 2014 in cui lui accetta di diventare tra le contestazioni generali l’allenatore della Juventus.

Allegri voleva entrare da un ingresso secondario, che non ho ancora capito dov’è. Dissi al nostro autista di passare davanti: non avevamo nulla da nascondere, perché eravamo convinti che sarebbe stata la scelta giusta. Lui ci portò a vincere. Dati statistici ne abbiamo quanti volete: più longevo allenatore dopo Trapattoni, maggior percentuale di vittorie, trofei, finali di Champions… Numeri incredibili. Posso confermare che questi sono stati cinque anni bellissimi: affetto, stima, amicizia, riconoscenza, condivisione, sconfitte, lavoro, ma soprattutto tante, tante vittorie. E siamo stati anche vicini di casa: Barzagli era il nostro terzo vicino di casa. Abbiamo fatto tante cene insieme, ci piace condividere la nostra vita: ci sono stati confronti. C’è un humus tra noi straordinario.

Tornando alla parte sportiva, ci sono state tantissime cavalcate strepitose. E quest’anno abbiamo vinto lo Scudetto di fatto con otto giornate di anticipo: qualcosa di fantastico. La cosa che mi rende più orgoglioso di questo percorso è che penso di aver trovato un amico. E ne sono orgoglioso. Poi devo capire come programmare la stagione: l’anno prossimo l’obiettivo è quello di vincere, con l’idea di rafforzare il gruppo per metterlo a disposizione di vincerlo. Poi abbiamo l’Under 23, le Donne che devono avere un impianto idoneo. Poi lavorare sulle intelligenze artificiali, per capire come si possano integrare con le nostre metodologie di allenamento. Inoltre, voglio dire che ho grandissima fiducia in tutti gli elementi della società. Per concludere, voglio confermare che la mia idea di andare avanti dopo l’Ajax con Max era un pensiero assolutamente sincero. Poi sono arrivate delle analisi, che comprendono anche l’allenatore: decisioni lucide, che hanno portato a questo. Non nego che ci sia stata tristezza e commozione, perché abbiamo realizzato che forse questo era un momento di chiudere uno dei più straordinari cicli della storia della Juventus. Max è stato uno strepitoso direttore d’orchestra.

L’ho già detto, ho sentito tante dietrologie non vere. C’è stato un mese che ha portato tutta la società, tutti gli elementi al vertice, a decidere. Abbiamo capito che questo ciclo fosse da chiudere ora. Non ci sono elementi fattuali precisi: è il frutto di una profondità di analisi di persone intelligenti che capiscono quando sia il caso di chiudere anziché trascinarsi avanti”.

Poi è stata la volta di Allegri: “Ringrazio il presidente per le bellissime parole e i ragazzi. Ci siamo tolti tante soddisfazioni, lascio una squadra vincente che he le potenzialità per ripetersi in Italia e fare una grandissima Champions. Quest’anno purtroppo non ce la siamo giocata fino in fondo. Cosa avevo in mente io? Abbiamo parlato e discusso, esprimendo ciascuno i propri pensieri. Io ho detto quello che ritenevo, la società ha fatto poi le sue valutazioni e ha ritenuto opportuno che l’allenatore non fossi più io. Ma questo non cambia niente, il rapporto con il presidente, Nedved, Paratici è straordinario. Compreso Marotta, che mi ha accolto 5 anni fa. Io sono cresciuto molto, siamo anzi cresciuti insieme. Ci lasciamo nel migliore dei modi: lascio una società solida, con un gruppo straordinario sul piano tecnico e personale. Per vincere bisogna essere uomini, e la Juve ne ha tanti. Lascio un presidente straordinario: un decisionista. Fabio e Nedved che sono più giovani di me: conosciuti da ragazzi, sono ora presidenti importanti. Domani sera bisogna festeggiare perché ci sono due cose da celebrare: lo Scudetto e l’addio di Andrea Barzagli. Che lascia da professore dei difensori, senza togliere nulla agli altri. Domani sera deve essere una bellissima serata. Sono stati cinque anni davvero straordinari.

Non ho chiesto anni di contratto, giocatori, rivoluzioni…. Avevamo parlato di tutt’altro, ci siamo resi conto che era giusto fermarsi. Una volta ci siamo visti a cena: mi avete inseguito ma non mi avete trovato. Due giorni fa ci siamo poi rivisti e abbiamo preso questa decisione. È tutto molto più semplice di quello che sembra. Sono contento ed emozionato. Ma adesso basta: c’è una partita da giocare, una bella partita da fare. Tutto il resto sono chiacchiere: la Juventus ripartirà con un gruppo straordinario e altri successi da centrare.

Le decisioni vanno prese quando vanno prese. Sarà poi il futuro che dirà se le scelte sono state corrette. Al di là di quelle che sono poi le considerazioni esterne, l’abbiamo detto: noi viviamo la situazione all’interno. Io non voglio yesman, ma opinioni forti: questo fa parte dei ruoli. Chi non è in grado di reggere queste pressioni, non può gestire o società sportive o aziende.
C’è stato un confronto con tutti: giornalisti, opinionisti. Tutti. Alla fine se lavori per la Juve devi sapere che devi arrivare in fondo e vincere. È stata una stagione che ha portato comunque a uno Scudetto. Io che sono allenatore ho sempre dovuto e dovrò sempre analizzare la prestazione e non il risultato, perché è dalla prestazione che arriva il risultato. È ovvio che il risultato conta: ma a volte influisce troppo. Quando abbiamo fatto 15 vittorie consecutive, non giocavamo un calcio straordinario: Buffon non ha preso mai gol, e noi sfruttavamo le nostre occasioni. Difendere non è brutto, ci sono dei momenti in cui è necessario. A Cardiff, quando avevamo Cristiano da avversario, il Real ha vinto perché ha difeso bene come squadra. Meglio di noi. Cosa vuol dire giocare bene? Io non l’ho ancora capito a 50 anni. Se qualcuno lo sa, me lo dica. Ci sono allenatori che vincono e altri che non vincono mai: c…o, se uno non vince mai ci sarà un motivo. No? Nel gabbione a Livorno, i tornei li vincevamo sempre noi. Altri li perdevano sempre. Ci sarà stato un motivo, no? Non c’è più mestiere: sembra tutta teoria… Penso anche a Cellino: l’ho avuto a Cagliari, è retrocesso una volta. A Brescia in un anno è tornato in A. Come ha fatto? Non lo so. Ma l’ha fatto: è più bravo degli altri.

Io sono fiero di essere aziendalista. Chi non capisce l’italiano pensa che voglia dire yesman, come diceva prima il presidente. No: aziendalista vuol dire far parte di un’azienda. Quando si è parte di queste società si è parte di un’azienda: la Juve fattura 500 milioni, e un allenatore deve conoscere tutto di questa realtà. Ci sono mille problematiche di cui un allenatore deve essere a conoscenza. È una cosa che mi appassiona: magari se smetterò, dubito, di allenare, potrei fare il dirigente. Mi affascina.
Abbiamo Barzagli già in rampa di lancio come futuro allenatore! Tornando seri: se mi sento juventino? Cosa vuol dire esserlo? Vuol dire far parte di una società gestita da una famiglia da oltre 120 anni, una cosa unica, e che fa crescere tanto. Io sono migliorato stando qui”.

 

Fonte: gianlucadimarzio.com

 

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